27.11.17

INDICE DEI POST PER ARGOMENTO (E PER DATA DI PUBBLICAZIONE)

STORIE DI OCCHIALERIA A VENAS E IN CADORE



BORIS KLIOT, SOPRAVVISSUTO A QUATTRO CAMPI DI CONCENTRAMENTO, IMPRENDITORE DEGLI OCCHIALI IN AMERICA CON FORNITORI CADORINI




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/03/boris-kliot-sopravvissuto-quattro-campi.html



IL CONTRIBUTO CADORINO ALLA COSTITUZIONE DELLA LUXOTTICA s.a.s. DI AGORDO - INTERVISTA DI WALTER MUSIZZA - 




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2015/05/il-contributo-cadorino-alla.html


LA FINE DEL DISTRETTO CADORINO DELL'OCCHIALE (e dei patrioti)


http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2016/03/la-fine-del-distretto-cadorino.html



LA PRIMA FABBRICA CADORINA DI OCCHIALI




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2015/08/la-prima-fabbrica-cadorina-di-occhiali.html



RIEPILOGO DELLE ATTIVITA' DEL SETTORE DELL'OCCHIALERIA NEL COMUNE DI VALLE DI CADORE (BL) 




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2010/06/riepilogo-delle-attivita-di-occhialeria.html


PERSONAGGI DI VENAS E DI ALTRI PAESI CADORINI


DAI CONI PER GELATO AI TREPPIEDI PER MACCHINE FOTOGRAFICHE -
LA STORIA DEI MARCHIONI DI PEAIO 


 http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/09/dai-coni-per-gelati-ai-treppiedi-per.html


RICORDO DI ADAMO MARCHIONI DI VINIGO CHE IN UNA SOLITARIA OFFICINA SFORNITA DI MATERIALE E DI MEZZI ADEGUATI COSTRUÌ UN GRANDIOSO OROLOGIO DA TORRE




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/09/ricordo-di-adamo-marchioni-di-vinigo_17.html



JOE SORAVIA, CADORINO APPASSIONATO DI MARE: LA SUA CASA È IL MONDO




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/08/joe-soravia-cadorino-appassionato-di.html



DUE RACCONTI DI GIUSEPPE SORAVIA "CAPOTO"




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2010/10/labito-blu-racconto-di-giuseppe-soravia.html



IGNAZIO GEI, PIONIERE DELLA VITICOLTURA E DELL'ENOLOGIA A MENDOZA (ARGENTINA)




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2015/01/ignazio-gei-pioniere-della-viticoltura.html



ERNESTO DALL'ASTA - L'UOMO CHE REINVENTO' L'AEREO [o una battaglia contro i burocrati]




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2013/08/luomo-che-ha-reinvento-laereo-o-una.html

STORIE DI VENAS


ANTICHE LEGGENDE DI VENAS DI CADORE



http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/11/antiche-leggende-di-venas-di-cadore.html




RICORDO DEI PATRIOTI RISORGIMENTALI DELLA FAMIGLIA COLLE DI VENAS



http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/11/ricordo-dei-patrioti-risorgimentali.html



L'EMIGRAZIONE DEI GELATIERI DA VENAS IN UN ARTICOLO DI LUIGI TOSCANI DEL MORO (1913-2002) - PERIODO PRESO IN CONSIDERAZIONE: 1848 - 1939


https://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/09/lemigrazione-dei-gelatieri-da-venas-in.html 



L' “IMPRESA BOSCHI” PER FAR FRONTE ALLA NUOVA CHIESA DI VENAS - ALBERTO TOSCANI



http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2010/07/l-impresa-boschi-per-far-fronte-alla.html



CENNI STORICI SULLA BORGATA DI SUPPIANE (VENAS-VALLE DI CADORE)



http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2009/08/cenni-storici-sulla-borgata-di-suppiane.html


LAUDO DELLA REGOLA DI VENAS DEL 1522 (ESTRATTO)


http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2009/07/laudo-della-regola-di-venas-del-1522.html



TECNOLOGIA BOTANICO-FORESTALE DELLA PROVINCIA DI BELLUNO


PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PIETRO SORAVIA (TECNOLOGIA BOTANICO-FORESTALE DELLA PROVINCIA DI BELLUNO)


http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2009/02/presentazione-del-blog.html



VARIE

"SU E ZO PER VENAS. . . ."   Strofette Comico - Satirico - Umoristiche di Arnaldo Sartori (~1930)






http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/10/su-e-zo-per-venas-strofette-comico.html





SOPRANNOMI DEL COMUNE DI VALLE DI CADORE 


http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/09/soprannomi-del-comune-di-valle-di-cadore.html 



IL CADORE NELL'ALBERO GENEALOGICO DI ROBERTO PICCIOLI IN UN ARTICOLO DI WALTER MUSIZZA




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/09/lalbero-genealogico-del-cadore-di.html



IL LIBRO DI GIUSEPPE CADORIN SU TIZIANO VECELLIO, LE SUE CASE E I SUOI FIGLI 



http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2017/01/il-libro-di-giuseppe-cadorin-su-tiziano.html



L'ANTICA BERUA CORRISPONDEVA A VALLE DI CADORE ?




http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2015/09/lantica-berua-corrispondeva-valle-di.html


SEGNI DI CASA DELLE FAMIGLIE DI VENAS



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COLLEGAMENTI AD ALTRI BLOG DELL'AUTORE:

 

DIALETTO, PERSONE E ANEDDOTI DI VENAS DI CADORE

GLOSSARIO DEL LADINO CADORINO DI VENAS

 

 

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LEGGENDE E ALTRI TESTI IN DIALETTO DI VENAS DI CADORE

TESTIMONIANZE LADINE

 

 

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26.11.17

ANTICHE LEGGENDE DI VENAS DI CADORE

Riporto su questo mio Blog CADORIN BOOKS, che è un po’ più conosciuto di quello originale TESTIMONIANZE LADINE, alcune leggende di Venas da me recuperate, digitalizzate in dialetto e tradotte in italiano.



LE DAME DA CIARPÀ
LE SIGNORE DI CIARPÀ


Tutte le leggende sono state tratte da una tesi di laurea del 1943 di Rosetta Palmieri [1]



Sote dei nostre vece, a Ciarpà, inte an bel castel, stasèa ancuante dame, che chi da Venas i pensèa che fusse le fate da bele che le era. Cuan che le ienìa a Venas par dì a messa la domenega, chi che le incontrèa i se tirèa da na parte, par le lassà passà, ma anca par le puodé vede polìto, che le era sempre vestide da bianco, coi ciavei bei bionde e longe, scarade par le spale, che cu al sol al petèa, i parèa dute de oro. Cuan che le arguèa davante a la césa, i tachèa a sonà l'ultima.
Al tempo dei nostri vecchi, a Ciarpà[2], dentro un bel castello, stavano alcune dame, che quelli di Venas pensavano fossero le fate da belle che erano. Quando venivano a Venas per andare a messa la domenica, chi le incontrava si tirava da una parte, per lasciarle passare, ma anche per poterle vedere bene, che erano sempre vestite di bianco, coi capelli belli biondi e lunghi, sparsi sulle spalle, che quando il sole picchiava, sembravano tutti d'oro. Quando arrivavano davanti alla chiesa, iniziavano a suonare l'ultima [=ultimo suono prima della messa].

[2] Ciarpà: località tra Cibiana e Venas




AL BUS DE LA DONAẐA
L'ANTRO DELLA "DONAZA" [1]  [4]


Sun chel monte che l'é davante de Venas e propio inte chel ruó de la "Costa del Pioàn" scavada inte la croda viva, l'é na caverna longa tante metre che i ciamon "Al Bus de la Donaẑa".
I conta i vece che na ota, dó in Sarenaẑe, taren an grun bon e vèieto, l'era anca na vena de oro.
I pì brae e inteliiente omin de Venas i se à betù al laoro par tiràsselo fora, e con chel fei sior al sò paés, come dute i omin i à avù inte al pensier in dute i tempe.
Ma chesto bel insonio no 'l se à podù avierà, parché con duta la bona volontà che i se à betù, dopo che i à avù studià e laurà dì, stemane, mes, i à cognù se persuade che l'era dute fadìe e sudor buciade via parché cuan che i tornèa sul laoro, i se ciatèa duto desfà.
'Sto mistero l'é durà an toco ẑenẑa che nissun capisse nia e finalmente i à pensà che i fusse carche magìa de medo. I se à betù de guardia e via par la nuote i à vedù ienì fora da na caverna de fronte an gran auẑèl co 'n beco longo longo, ma co i braẑe e le iambe da femena, che passèa su la Buoite, an tin solan [∫olàn], an tin caminàn, la dèa sul laoro e la se portèa via duto chel che la puodèa e la desfèa duto al laoro.
I se à proà a ciapàla, ma cu i era davesìn, la i sparìa; e alora i à pensà de tuói consilio da na fata. La fata l'à i à dito che nissun podèa tirà fora l'oro da chel prà, parché l'era strià, e che parona l'era chela che 'n ota l'era na gran belona e superba tosa de Venas, e che par la sò beleẑa e siorìa, ma nia bona e de carità, la era striada e condanada a vive da Donaẑa inte chel bus.
E cossì la é stada che chel oro l'é ancora inte le crode e che chel bel prà pien de fiore, a forẑa de dì in bóa, se à ridoto cuatro crepe sul filon de la Buoite.
Su quella montagna che è davanti a Venas e proprio in quel luogo della "Costa del Pioàn"[2] scavata nella roccia viva, c'è una caverna lunga molti metri che chiamiamo il "Bus de la Donaẑa".

Raccontano i vecchi che una volta, giù in "Sarenaẑe"[3], terreno molto buono e fertile, c'era anche una vena d'oro.
I più bravi e intelligenti uomini di Venas si sono messi al lavoro per tirarselo fuori, e con quello fare ricco il suo paese, come tutti gli uomini hanno avuto nel pensiero in tutti i tempi.

Ma questo bel sogno non si poté avverare, perché con tutta la buona volontà messa, dopo aver studiato e lavorato giorni, settimane, mesi, hanno dovuto persuadersi che erano tutte fatiche e sudori gettati via perché quando tornavano al lavoro, si trovavano tutto disfatto.

Questo mistero durò un pezzo senza che nessuno capisse niente e finalmente pensarono che ci fosse qualche magia di mezzo. Si misero di guardia e durante la notte videro venir fuori da una caverna un grande uccello con un becco lungo lungo, ma con le braccia e le gambe da donna, che passava sul Boite, un po' volando, un po' camminando, andava sul lavoro e si portava via tutto quello che poteva e disfaceva tutto il lavoro.


Provarono a prenderla, ma quando era loro vicino, spariva loro; allora pensarono di prendere consiglio da una fata. La fata disse loro che nessuno poteva tirar fuori l'oro da quel prato, perché era stregato, e che padrona era quella che una volta era una grande bellona e superba ragazza di Venas, e che per la sua bellezza e ricchezza, ma niente (=affatto) buona e caritatevole, era stregata e condannata a vivere da "Donaza" in quell'antro.


E così è stata che quell'oro è ancora nelle rocce e che quel bel prato pieno di fiori, a forza di andare in frana (=di franare), si è ridotto (a) quattro dirupi in riva al Boite. 


[1], [2], [3] "Bus de la Donaẑa" , "Costa del Pioàn", "Sarenaẑe" : località di Venas
[4] Donaza [do-nà-ẑa] Figura mitica terrifica femminile, propria delle Dolomiti, che si sposta nel cuore della notte per dispensare doni o punizioni.






L'ORCO DE LA NUOTE
L'ORCO DELLA NOTTE



Cuan che le nostre bisnone le se ingrumèa inte i filò par filà la lana e la stopa, le contèa che carche òta via par la nuóte capitèa l'orco che sautèa su par i cuerte e al se godèa de bucià duto par aria, al tirèa de mal le roche e i fusèi, l'ingropèa dute i file dei ièn, parché l'indoman chele babe le fasesse confusion.
Quando le nostre bisnonne si radunavano nei "filò" per filare la lana e la stoppa, raccontavano che qualche volta durante la notte capitava l'orco che saltava sui tetti e si godeva a buttare tutto per aria, gettava via le rocche e i fusi, aggrovigliava tutti i fili dei gomitoli, perché l'indomani quelle donne (spregiativo) facessero confusione.






AL CAVALIER  DALL'ASTA
IL CAVALIERE  DALL'ASTA


 
Conta la leienda che n'ota a Venas fusse stà an posto ònde che se ingrumèa le strie e i strioi a se fèi i sò conẑiliabui e i fasèa anca dàn a la dente. L'é ienù in reia sta roba a 'n brao cavalier dei Dall'Asta, e chesto l'à pensà de destrude sti strioi e salvà cossita anca al so paés da tanta scarogna.
Inforcià che l'à avù an bel ciaval duto fuó, l'é dù davante a la ciasa, onde che proprio in che dì i strioi era ingrumade e al se à tirà su la porta co la so spada inte man proprio par inpirài un par un, cuan che i ienìa fora.
Ma i strioi i s'avèa inacorto che l'era là e i s'à armà dute anca lori a ciapàlo, ma chel brao guerier ẑenẑa paura de nissun, l'à spronà al ciaval, che co 'n sauto l'à bucià inte la porta, al i é dù sora, al i à balegade, intan che al sò paron menèa la spada da dute i vers, finché al i a avude destrute dute e cossita Venas l'é stà liberà da le striarie.
Ancora anca adès su la lasta de chel porton se vede al stampo del fer da ciaval, che dal sauto che l'avèa fato, al la avèa calcada.
Racconta la leggenda che una volta a Venas (ci) fosse stato un posto dove si radunavano le streghe e gli stregoni a farsi i loro conciliaboli e facevano anche danno alla gente. Venne in orecchio questa cosa ad un bravo cavaliere dei Dall'Asta, e costui pensò di distruggere questi stregoni e salvare così anche il suo paese da tanta sfortuna.

Inforcato che ebbe un bel cavallo tutto fuoco, andò davanti alla casa, dove proprio in quel giorno gli stregoni erano raccolti e si mise sulla porta con la sua spada in mano proprio per infilzarli uno per uno, quando venivano fuori (=uscivano).]

Ma gli stregoni si avevano (=erano) accorti che era lì e si sono armati tutti anch'essi per prenderlo, ma quel bravo guerriero senza paura di nessuno, spronò il cavallo, che con un salto buttò dentro (=sfondò), andò loro sopra (=li travolse), li calpestò, mentre il suo padrone girava (=roteava) la spada per tutte le direzioni, finché li ebbe distrutti tutti e così Venas fu liberato dalle stregonerie.

Ancora adesso sulla pietra di quel portone si vede l'impronta del ferro di cavallo, che dal salto fatto, la aveva incisa.
   


AL IOU DE LA SCANDOLA
IL VALLONE DELLA "SCANDOLA" [=Assicella di legno per i tetti]



I conta i none na bela leienda del monte Rite che al se ciata intrà medodì e sera de Venas. Su le so coste l'era na ciasa ònde che stasèa le strie, e dintorno del foghèr le filèa col corleto al filo e la lana.
An ẑerto ponto le à tolto an ongento, le se à ben onto, e le à dito: "Onto, bisonto, su la ciadena monto, a Rite vao e cà torno". Le se à tacà su la ciadena del fogher e le é sparide.
An òn che le stasèa a spià inte par finestra e che avèa vedù e sientù duto, l'é dù anca el inte chela ciasa , al se à onto e l'à dito: " Su la ciadena monto e a Rite vao", ma al s'à desmenteà de dì: "E cà torno". Anca el al se à tacà su la ciadena e inte 'n vede no vede al se à ciatà su la ponta del Rite, e là l'era anca le strie, che a védelo le é sparide, e l'é restà solo.
Alora i é ienù in mente che no l'avèa dito come ele: "E cà torno" cuan che al se avèa tacà su la ciadena. L'à vardà dintorno par vede come che al puodèa tornà dó, ma daparduto l'era solo che iaẑa e nieve parché l'era d'inverno.
Spasemà che i tociasse morì la su iaẑà, l'à tornà a vardà; varda e revarda, finalmente l'à vedù na roba negra; l'é coresto e l'era na scandola, al se à sentà sora e l'é ienù dó par al iou, fin ché l'é arguà a ciasa con gran marevea de le strie. Chel iou da in chel 'òta i lo ciama "Iou de la Scandola", che al se ciata da la parte del Rite che varda Vodo.
Raccontano i nonni una bella leggenda del monte Rite che si trova a sud-ovest di Venas. Sulle sue pendici c'era una casa dove stavano le streghe, e attorno al focolare filavano coll'arcolaio il filo e la lana.

Un bel giorno presero un unguento, si unsero bene, e dissero: "Unto, bisunto, sulla catena monto, a Rite vado e qui torno". Si attaccarono alla catena del focolare e sparirono.

Un uomo che le stava spiando attraverso la finestra e che aveva visto e sentito tutto, andò anche lui in quella casa, si unse e disse: "Sulla catena monto e a Rite vado", ma si dimenticò di dire: "E qui torno". Anche lui si attaccò alla catena e in un attimo si trovò sulla cima del Rite, e lì c'erano anche le streghe, che a vederlo sparirono, e rimase solo.


Allora gli venne in mente che non aveva detto come loro: "E qui torno" quando si era attaccato alla catena. Guardò attorno per vedere come poteva tornare giù, ma dappertutto c'era solo ghiaccio e neve perché era d'inverno.

Spaventato che gli toccasse di morire lassù gelato, tornò a guardare; guarda e riguarda, finalmente vide una cosa nera; corse ed era una scandola, si sedette sopra e venne giù per il vallone, finché arrivò a casa con grande meraviglia delle streghe. Quel vallone da allora è chiamato "Iou della Scandola", che si trova dalla parte del Rite che guarda Vodo.



 







15.11.17

RICORDO DEI PATRIOTI RISORGIMENTALI DELLA FAMIGLIA COLLE DI VENAS


     Nell'epopea risorgimentale cadorina, a Venas merita di essere ricordata in modo particolare la famiglia COLLE, del ramo originariamente detto “de Biral” poi cambiato in quello di “d'Ignazio” dal nome del suo figlio più famoso, l'Abate Ignazio Colle. Anche il padre di Ignazio, Fulgenzio, fu un patriota. Riporto di seguito delle note biografiche di entrambi.

Venas di Cadore/Albenga, 15 novembre 2017

Giancarlo Soravia 


     Ignazio Colle "de Biral" nacque a Venas il 29/9/1812 e vi morì il 12/6/1874. Fu patriota risorgimentale, è ricordato con una lapide di marmo posta (nell'anno 1934) sulla facciata della sua casa natale in località Piazza, che recita:

IGNAZIO COLLE
SACERDOTE DI CRISTO - SOLDATO D'ITALIA
CAPPELLANO DEI LEGIONARI DELLE ALPI A VENEZIA
AMICO DI CALVI, DI MANIN, DI TALAMINI,
DUE VOLTE PRIGIONIERO DELL'AUSTRIA
DECORATO DELLE MEDAGLIE DELLE GUERRE PER L'INDIPENDENZA
TRA QUESTE MURA
NACQUE IL XXIX-IX-MDCCCXII E MORÌ IL XII-VI-MDCCCLXXIV
QUI E SEMPRE ASSERTORE DELL'AMORE DI PATRIA
LUCE E FIAMMA DELLA GIOVENTÙ ITALICA
DALLA INSURREZIONE DEL MDCCCXLVIII
ALLA VITTORIA DI VITTORIO VENETO
AI TRIONFI DEI FASCI LITTORI

     Era figlio di Fulgenzio (Venas, 1783-1871) e di Giovanna Dall'Asta "de Gnes" (Venas, 1783-1854). L'abate Ignazio Colle, come veniva chiamato, fu ordinato sacerdote a Udine nel 1834. Nel 1848 prese parte attiva alla resistenza cadorina contro l'Austria. Nel 1851 fu fatto prigioniero dagli austriaci e subì un lungo processo a Udine. Liberato, nel 1862 fu arrestato nuovamente e scontò altri lunghi mesi di carcere a Udine. Rimesso nuovamente in libertà, continuò ad arruolare giovani all'esercito piemontese, spendendo tutto il suo patrimonio. L'abate Colle ricoprì incarichi ecclesiastici fino al 1848, e fu cappellano dei Legionari delle Alpi a Venezia. Si ricorda anche che fu segretario di don Natale Talamini (Selva, 1808-1876), quando questi fu eletto primo deputato del Cadore al Parlamento di Firenze dopo l’annessione del Veneto all’Italia (1866). Morì nel 1874, povero e pieno di debiti, e dopo la sua morte i suoi beni furono messi all'asta. Fu esperto di arte medica, curando ammalati e feriti, sempre gratuitamente. Recentemente gli è stata intitolata la Piazzetta che si trova davanti alla Chiesa Parrocchiale, in via Roma a Venas.
IMMAGINE DELL'ABATE IGNAZIO COLLE IN CATENE
(da Collezione Privata)
     Sul retro del quadro suddetto si trova incollato un foglio, senza data, ma certamente posteriore al 1933, con la storia della MANSIONERIA DELLA B.V. ANNUNZIATA DI VENAS. Da detto foglio estraggo le seguenti informazioni aggiuntive sull'abate:
Pre Ignazio Colle [chiamato anche "abate I.C." come si usò il secolo scorso per sacerdoti che, come il Nostro, si distinguevano per meriti culturali] era nipote di pre Liberal da parte del padre Fulgenzio, fratello appunto di pre Liberal …… 
......poiché era dotato di non comune intelligenza fu consacrato sacerdote a soli 22 anni nel 1834. Fino al 1848 esercitò con zelo il ministero a Domegge, Perarolo e Dosoledo.
Nel 1848, scrive pre Battista Genova nel suo necrologio, "l'abate Ignazio, che era amantissimo della patria indipendenza, cooperò a conquistarla, dapprima in Cadore, poscia a Venezia, dove fu cappellano dei volontari cadorini, che combatterono per la difesa della città. Dopo la resa di Venezia l'abate, a causa della sua partecipazione al moti del 1848, soffrì da parte dell'Austria molte vessazioni e perfino il carcere; gli fu vietato anche di esercitare il ministero sacerdotale. Nel 1870, cambiata la situazione politica, venne eletto alla mansioneria. Morì l'11 giugno 1874 a 61 anni con grande rammarico degli amici e rimpianto di tutta la popolazione di Venas. Nel 1933 all' ABATE IGNAZIO COLLE venne intitolato il nuovo edificio della Scuola elementare di Venas."
DECRETO DI MEDAGLIA COMMEMORATIVA ALL'ABATE IGNAZIO COLLE 
(da Collezione Privata)
     
     Sull'abate Ignazio Colle ho trovato, nelle “Notizie” di Felice Fortunato Tremonti, pubblicate a cura di don Floriano Pellegrini, il seguente brano, che mi sembra degno di essere ricordato:


.....
      "Il nostro tenente venne in Cadore, lasciando il comando e [la] direzione al signor Gio. Batta Cadorin, alla testa dei cadorini. Giunto che fu a Pieve, trovò [=seppe] che il Canale veniva minacciato dal nemico col voler assolutamente il passaggio ed ebbe il suo bel combattere con 500 uomini contro 800. Ma erano così ben disposti li nostri cadorini [che] , dopo un combattimento di cinque ore, la parte nemica dovette ritirarsi e tornare a Longarone. In quella battaglia, dei nostri ne furono morti tre e due [furono] feriti; dei nemici ne furono morti ventitrè, un ufficiale, quindici [furono i] feriti, due prigionieri, [furono] guadagnati tredici fucili. Questo fu il giorno 24 maggio.
      Il 25 [si] ebbe da combattere di nuovo contro dei tirolesi, li quali si avanzavano [con] una truppa di 350 [uomini], fino alla chiusa di Venas, colla artiglieria [e] tre pezzi di cannone. Nulla fecero, poiché gli ampezzani non ebbero tempo materiale di appostare li suoi cannoni e li nostri si erano apparecchiati in punto [=a puntino] alla difesa, armati con buoni fortini, in sito vicino; i cannoni lavoravano egregiamente [e] anche in questa volta dovettero ritirarsi vergognosamente, colla perdita di ventisette persone. Altre due volte gli ampezzani varcarono le montagne e valli di Calalzo, per sorprendere improvvisamente don Biagio Giacobbi; li quali lo volevano morto, ma tutto fu vano.
      Anche don Ignazio Colle, di Venas, marciava sempre in carrettina, armato con tre buoni schioppi, due pistole, sciabola, coccarda e pennacchio sul cappello, godendo l’intervento a tutte le battaglie, animando sempre a sostenere fino all’ultimo sangue la nostra causa contro l’ austriaca violenza. Dopo, finite tutte le battaglie, dovette fuggire anche esso per molto tempo esule; ri[m]patriato che fu, qualche tempo dopo, fu arrestato e condotto in carcere, che fu poi tornato in seno alla patria e sua famiglia. Don Gabriele Gregori, ora pievano in Auronzo, era cooperatore a Pieve, [fu] poi professore del seminario di Belluno, persona tale che aveva tutta la simpatia per la nostra causa. Partitosi questo da Pieve, andò verso le provincie venete per chiedere soccorso; siccome che in Treviso e Vicenza erano delle grosse truppe de’ romani e piemontesi, si stava sempre attendendo un qualche generoso soccorso e, di fatto, il Gregori aveva ottenuta una truppa di 700 soldati, d ’ogni nazione [=regione d’Italia], che trattavano la nostra causa ed erano disposti per portarsi alle nostre difese. Giunti al Mulinetto, trovarono che gli austriaci gl’impedivano il passaggio, fecero resistenza [e] attaccarono una sanguinosa battaglia tra Cornuda e Mulinetto. Li romani e piemontesi avevano cinque pezzi di cannone ed 28 artiglieria sufficiente, che con cinque colpi di cannone ne uccisero 900 di cavalleria [e] 500 di fanteria, [fecero] duecento feriti, tutti tra tedeschi e croati. Di loro restarono morti 105 [e furono] 25 li feriti . Vedendo tale opposizione, tornarono indietro, colla morte del suo general Ferrari, da un dolore di ventre."
.....

Anche il padre dell'abate Ignazio, Fulgenzio (Venas, 29/8/1783-1/5/1871) fu un fervente patriota. Lo dimostra il sonetto che gli dedicò don Natale Talamini (Selva di Cadore-Pescul, 25/12/1808- 6/4/1876) sacerdote, poeta, patriota, primo deputato del Cadore a Firenze, scritto nel 1866:


A FULGENZIO COLLE  
OTTUAGENARIO E CIECO.
1866.

      A questo sonetto trovo nei manoscritti la data 25 aprile 1866; e allora il Colle, nato a Venàs il 29 agosto 1783, aveva 83 anni. Fu uno dei gloriosi combattenti alla Chiusa di Venàs nei giorni 9, 10 e 28 maggio 1848. Per ben tre volte si portò alla Chiusa armato di fucile anche suo fratello don Liberale, che nato nel 1767 aveva nel 1848, 82 anni. E anche l'abate Ignazio Colle figlio di Fulgenzio, fu in quell'anno memorando degno del padre e dello zio.
      Il nostro poeta cedendo la parola al venerando vegliardo nella ricorrenza del giorno di san Marco, lo fa evocare le gloriose memorie di quella Repubblica di cui aveva assistito al tramonto, e ricongiungerle alle aspirazioni dell'Italia presente. E' una bella ipotiposi d'un vecchio patriotta dell'Alpi che gli estremi palpiti, l'estrema energia della cadente età, consacra alla patria, al cui nome gli par di ringiovanire. [Nota originale di Antonio Ronzon]

San Marco! o nome, onde commossa oscilla
Ogni fibra, il sospir della mia vita;
San Marco, o nome! ancor la gloria avita
L'idolo è d'ogni cor, dall'Alpi a Scilla!

Son cieco e il sol d'Italia a me non brilla;
Ma più mi duol la libertà tradita;
E solo allor che sarà Italia unita
Contento chiuderò la mia pupilla.

Ma l'alba spunta; già il cannone io sento;
Portatemi alla Chiusa: alfine il core
Tutto s'inebbria a quel divin concento.

Viva San Marco! Italia il suo Vangelo
Prenda per legge e del Leon l'ardore;  
Allora è grande e la protegge il cielo.
_______________
V. 10. Alla Chiusa. E' una piccola termopile cadorina nella valle del Boite, poco oltre Venàs, che ha una pagina bella nella storia del Cadore, anche anteriore al 48.  [Nota originale di Antonio Ronzon]

28.10.17

“SU E ZO PER VENAS . . . .” Strofette Comico - Satirico - Umoristiche di Arnaldo Sartori (~1930)



Il Signor Giancarlo Dall’Asta “de Medo” mi ha gentilmente consegnato un foglio in cui è riportata un’opera satirica di Arnaldo Sartori composta da 38 “strofette” dal titolo sopra riportato e scritta in veneto.
L’opera mi era già nota, come noti mi sono molti dei personaggi trattati. Ho cercato notizie sull’autore, un Arnaldo Sartori fu effettivamente scrittore umoristico attivo nella prima metà del  ‘900. Se si tratta, come immagino, della stessa persona, di lui si ricordano le seguenti opere:

- IL DOPPIO GUERINO di CHIARAVALLE. Almanacco astrologico artistico... insetticida... docimastico polimuse antifillosserico disoppilante... carminativo...
Milano 1920
 - LA BACCHETTINA DI SPIRITELLO. Storia per ragazzi
Milano 1950
 

Si riporta poi che il Sartori fu nominato, dopo la II^ G.M., direttore del “Corriere dei Piccoli”, diventato “Giornale dei Piccoli”.

Dall’età (58 anni) del personaggio della 4^ strofetta (Osvaldo Dall’Asta “Marzer”, nato nel 1872), ho potuto risalire alla data del componimento, cioè 1930. Lo stesso risulta stampato dalla Tipografia Tiziano di Pieve di Cadore.

Ripropongo le strofette su questo Blog, sperando, ripetendo quanto detto dal Sartori, di divertire e di far sorridere i miei compaesani.

Venas, 28/10/2017

Giancarlo (Carlo) Soravia




     Xe Venas, i m' ha dito, un paese
Che la gente xe molto cortese
Sono lieto di esser venuto
Ed a tutti ghe mando un saluto
Divertire, mi spero, 'sta gente
Per vederla un pochin sorridente
A Milano, Belluno e Treviso
Ho savudo strappar un sorriso.

     El xe belo, el xe fato con stile
E slanciato el xe el campanile
Che ga fato quel caro sior Nane
E che costa sì tante banane
Le campane, sull' onde del vento
Manda il suon per qualsiasi evento
Ma le recie de Nane xe stanche
E non 'l sente sonar le palanche.

     Ghe xe Marco distinto signore
El di crack è un gran giocatore
I l’ ha visto nei balli e veglioni
Un assiduo de quei proprio boni.
E nei balli la temperatura
La xe alta, e un' infreddatura
Nel sortir pol ciaparte de botto
Ma sior Marco, el ga sempre el cappotto.

     Son sonati di già i cinquant' otto
Ma lo stesso lui fa il zerbinotto
El va in giro con modi eleganti
Crin scoperto, le mani coi guanti
Profumato, rasato il suo viso,
Nel parlare gentil, ma conciso
Egli è ancora un gran seduttore
E all' occhiello c' ha sempre un bel fiore.

     Dalla voce del sangue attirado
In Polonia lu el ga commerciado
El ga fato un bel mucio de schei
Imbroiando perfino i ebrei
Mezzo sol, per un metro el ghe dava
E nessuno con lu, protestava
No ‘l xe certo de sangue plebeo
El discende da Bepi l' ebreo.

     Roma è grande, magnifica, eterna
Xe, del mondo la viva lanterna
Che la spande una luce de gloria
Venti secoli ga la sua storia
Ma a Venas qua, ghe xe n' altra Roma
Gnanche quela, mai vinta, mai doma
Dixe Tita - no copo mai gnente
La mea Roma xe cagna potente.

     Anche Tita, nonchè caleghero
Che po' infine, no ‘l fa sto mestiero
Sempre pien de buonissimo umore
Avvocato e procuratore
Lui a tutti el ghe dà dei servizi
Sempre in giro per tutti 'sti uffizi
Mi no so, se 'sta roba ghe scotta
I lo calcola come Cellotta.

     Tutto nero al lavor, faccia losca
Co xe allegro el ve canta la Tosca
EI polastro ghe piase, el xe fino
Ghe da su qualche ombretta de vino
Simpatizza per gli aviatori
Che su in alto i porta i lor cuori
E co ‘l xe invitado a una zena
Lu no ‘l fa che zigar - Maddalena !

     I mestieri el ve fa a prima vista,
El fa el medico, el fabbro, el dentista
Il botanico ed il battirame
Il meccanico ed il falegname
In montura el se mette, da Calvi
E malà, son sicur che 'l se salvi
El se fa l’ insalata con l' olio
La benzina, la grapa, el petrolio.

     La Vespei, la bell' auto da corsa
No i la ferma né freni, né morsa
La xe carga de tuti i strumenti
Moglie, figli, amici, assistenti
Al volante vedi sior Arturo
L' occhio svelto ed il polso sicuro
Ma però una volta era assorto
E i xe andadi a sfiorar Lago morto.

     Camerier, ma no xe 'l suo mestiere,
Le sue frasi xe alte, xe fiere
Profondissimo in ogni materia
Parla ben, la sua faccia xe seria
Fotogenico, grande oratore,
Nei discorsi ci mette l' ardore
Mai cilecca non fa nel parlare
A Losanna lo voglion chiamare.

     Se volete un espresso ristretto
Andé tutti all' Albergo al Borghetto
O liquori, o bonissimi vini
Tuti quanti de marca, assai fini
Là incontré dei bei visi sinceri
I paroni, nonché i gelatieri
E ve serve, gentil nella posa
Paron Titta, oppur sora Rosa.

     Che sorveglia le nostre foreste
Ghe xe un’ ottima guardia campestre
Pien de voia e de gran competenza
Quel Sior Tita el gaveva pazienza
L' é un bel tipo, el xe scapolo ancora
Chissà, forse, qualcuna innamora
El xe un omo che ga gran coraio
E ‘l dà prova co 'l fa qualche taio.

     Sisto, Tita e Berto e Sandríno
Con Eugenio ed anche con Tino
Certe sere per economia
Quando dorme paron Soravia
Tira, mola, i fa tanta fadiga
Questo è duro, xe bon questo i ziga
I deventa sudai, tuti rossi
Cossa fali ? I magna dei ossi.

     La ghe gera de casa scappada
E la Ita, oh, che disperada,
La gaveva un gran brutto pensiero
La voleva svelarne el mistero
Il paese fu tutto a rumore
La cercavan con l' ansia nel cuore
Finalmente fu Tama trovata
La cagnetta sì bella, adorata.

     Mi narraron che Titta Palazzo
A vent' anni, quand' era ragazzo
Quando andava dalla fidanzata
Avea fatto una bella trovata
S' era preso un grosso toscano
L'accendeva ogni tanto, ma invano
Ga durà tutto intero un inverno
Lo bagnava; era il zigaro eterno.

     Certo occorrono molti istrumenti
Pompe, maniche, getti potenti
Per poder qualche incendio domare
Scale, accette, picconi, chitare
Dago mi 'sta notizia preclara
Che i pompieri qua i ga la fanfara
Se i gavesse le maneghe rote
Lori i smorza el bracin con le note.

     Gh' é a Venas 6 fradei tutti sani
Che sposarse i potria pur domani
Ma no i varda nessuna ragazza
Dei dintorni o qua della piazza
E le vece le fa dei commenti
I va fora a sposarse, stì attenti !
Lori i fa quel che i vol, molli molli
Questo qua xe el sestetto dei Colli.

     D' Allemagna vignù el xe in carrozza
Con la borsa più dura più grossa
Con a fianco la sua Regina
Arrivà el xe a Venas de mattina
Tutti quanti vardava sorpresi
Ora el compra per tutti i paesi
Papadopoli i lo ciama 'sta gente
Forse Toni el xe qua che ‘l me sente.

     El xe grasso, quel caro sior Nazio
Ma gentile col suo gran tripazio
Una volta, per fare una festa
Per ballar la sua sala i ga chiesta
La risposta vi prego ascoltare -
Vi do la sala, ma non state a petare
Se petate allor toma do el siolo
E a pianterra finimo de volo.

     El xe alto un pochin anche massa
Se no 'l sposa lu el paga la tassa
Per le man l' avaria una tosa
Però che la fa la ritrosa
El se veste abbastanza elegante
E po el gira là sempre davante
Ma in amore no ‘l xe fortunato
Questo ex artigliere Renato.

     Xe simpatico, el xe un caro ometo
Mi ve parlo de Sandro Boneto
Qualche volta che ‘l fa la cagnara
El se sfoga a cantar montanara
Come sempre se 'l vol un bon primo
El ricorre al cognato sior Tino
E co ‘l canta el par proprio un astro
Ma ghe vo che ghe sia Genio Pastro.

     Ghe xe el legno dei caligheri
I me l’ ha raccontà proprio ieri
Là i fa sempre una grande riunione
E se ferma diverse persone.
Tino Zotto el conta del gatto
E del can che aiutanti i ga fatto
E l'à passà per tutte le bocche
Che i ghe aiuta a cavar su le zocche.

     Xe Checchin che nol vol troppi affani
El discorre de più con le mani
Po Angelin che con modi assai fieri
L’organizza el coro pompieri
Po xe Nazio che fa el presidente
Sora tutti ogni tanto se ‘l sente
Nello Ettore no specifica el caso
Ma per tutto el ficca el so naso.

     Tino e Genio, famosi cantori
I abbellisce e i dà forza nei cori
Con la voce tonante potente
Trema i muri, e i scuote la gente
Quando i canta una messa famosa
La lor voce la xe silenziosa
E co i altri ha finì la cantada
Amen ! i ziga, e xe 'na cannonada.

     L' ha molà per la riproduzione
El ga fato raccomandazione
Alle lepri quel caro sior Checco
Che a cacciar no ‘l ga mai visto un becco
Vardi bene de moltiplicarve
E un altr' anno co vegno a zercarve
Presenteve, e steme fermade
O consumo sei sett sciopetade.

     El xe un toso galante e cortese
E un perfetto nuovajorkese
Molti anni al Perù egli è stato
Buon ricordo laggiù ha lasciato
Ora qua l’ ha volù ritirarse
Perchè ‘l vol a Venas spolesarse
El se inzegna, el fa un poco de tuto
Questo xe Giacomin Toscanuto.

     Specialista per el scarabocio
Ma no 'l vince se no i ghe fa l' ocio
El disturba dovunque la quiete
Oh, che batola quando el se mete
No ‘l xe miga cativo quel toso
Ma dell' oky un grande tifoso
Dappertutto el mett la pezzetta
Quel grand' asso è Arturo Faetta.

     Ghe xe Gigi un buon suonatore
Si dà al suon con grandissimo ardore
Lui vi suona chitarra o violino
La cornetta od il mandolino
Quando suona s’infoca nel viso
Vede gli angeli del paradiso
Lui vi trova se pure sia scuro
il bemolle ed anche il beduro.

     Pei morosi el ghe fa le poesie
Con bon estro, ben fatte, finìe
Giovanotto studioso, costante
El xe pur segretario galante
Dappertutto el se ficca el se mete
Segretario el xe anche del prete
E per dirvela qua proprio s’ceta
Xe l' Amelio ‘sto grande poeta

     Con la bionda la rossa la bruna
A ciel buio, od al chiaro di luna
Lui va in giro a cercar l' avventura
Don Giovanni el xe per natura
El xe ricco, educato, istruito
Chissà quante lo vol per marito
Ma za a diese el ga fato el congedo
Certe al caldo, e certe po' al fredo.

     El leon xe animal spaventoso
Ma de cuore assai generoso
Cussì xe el sior Toni fornero
Che 'l ve sembra terribile e fiero
L' alza el brazzo, el minaccia 'na sberla
E quell' altro za el crede d' averla
Lu el domanda però - Ghe la mole ?
No, l' é meio che no ghe la mole.

     Me sentiva un pochin de languore
Domandà go un consiglio al dottore
El m' ha dito - Per farse coraggio
Mangi sempre un po' di formaggio
Ma a Venas le vo' dare un consiglio
Come un padre può dare ad un figlio
Di formaggio ne mangi un pezzetto
Ma domandi - di quel del bacchetto.

     Se a Venas ghe saltasse la bile
De spartirse 'sto bel campanile
Ogni uno n' avria un pezzettino
Da Suppiane infin a Violino
Uno solo, un vecchio severo
Non potrebbe pretendere un zero
A chi allude, dirè Facanapa ?
Chi indovina ghe pago la sgnapa.

     Come mai farà certi a Suppiane
Quando il corpo ha le voglie un po' strane
Son sprovvisti di N' 100
E a cantar lori i va contro el vento
Poveretti purtroppo d’inverno
Lori i soffre le pene d' inferno
Ma ‘l comun no vol esser avaro
Progettà el ga de farghe un chegaro.

     Lu proverbi el dìs su tutto l’anno
Se son rose, ebben fioriranno
Ogni tanto con voce assai forte
Egli grida - O Roma o la morte
El xe sior no 'l xe mai in bolletta
El va matto per la palanchetta
Al sentir questa mia gran tirada
Bócia, bócia, el dirà, mal lavada.

     Soddisfai xe restà proprio tutti
A veder lavorar Lia de Putti
A Calalzo zo al Cine Savoia
De basarla i avria 'na gran voia
Un ga dito, per ela el daria
Tuta quanta la sua pistoria
Daria Osvaldo la mussa, quel bocia
E Gigin ciaparia ‘na gran doccia.

     El gaveva un bel useleto
Ammaestrado, ma come un cagneto
Se la porta el ga dito, tal' ora
Mi ghe verzo, no 'l vien gnanche fora
E difatti el ghe verze e un gran volo
Gà spiccà el cardellin verso il polo
Xe restà senza uselo la gabbia
E l' Amelio moriva de rabia.