19.10.10

L'ABITO BLU- Racconto di Giuseppe Soravia "Capoto"

L'ABITO BLU di Giuseppe Soravia "Capoto"

Baldo, il contadinotto, s'era svegliato quella mattina, animato da una fredda determinazione: Quel giorno non avrebbe lavorato; sarebbe andato invece a passeggiare nel bosco. Era questo il frutto di una lunga ponderazione. Da tanto tempo vi pensava: "Un giorno o l'altro mi metto in gala e vo' a spasso dall'alba al tramonto." Decisione grave per Baldo, il contadinotto, nato senza camicia e colla zappa in mano.
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Era ancor notte quando scivolò fuor dal letto. E rimase là alquanto, ritto, fantasma grottesco nelle lunghe mutande di lana appena rattenute dalla presa asciutta dei fianchi. Si stropicciò energico le braccia e si lasciò andare ad un lungo sbadiglio sonoro. Accesa la candela sul canterano, si lavò la faccia e il collo come fosse giorno di festa. L'indecisione l'afferrò mentre si soffiava dal naso la schiuma del sapone. Perbacco! Stava per farla grossa davvero! Ma discacciò il molesto pensiero con rapido gesto della mano. "Alla fin fine non vado mica a rubar galline!" Quindi trasse dal cassettone odorante di naftalina, il bell'abito blu delle grandi occasioni, quello colle fodere di seta frusciante e col taschino posteriore per mettervi i soldi: un capolavoro dell'arte cesoria che non temeva confronti da quelle parti e che gli era costato un occhio della testa in un momento di follia spendereccia. Indossandolo, sperimentava quel senso di delizioso soffocamento che aveva provato le altre volte che l'aveva messo e che poteva enumerare tutte sulle dita d'una mano. Era stato infatti il giorno della festa del Santo Patrono, quindi alla Pasqua, il giorno di Natale, ed infine quando si era maritata sua sorella Gelsomina con Gerolamo, lo scarparo. E qui terminava l'elencazione. Dava così, volutamente, alla giornata che incominciava, un carattere, un'impronta di particolare solennità. Nell'abito blu si sentì improvvisamente nobilizzato, elevato. Tagliuzzò col temperino una scheggia di sapone e se la pose nel taschino della giacca.
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Sbiancavano le stelle nel brivido dell'alba, quando Baldo, passato cauto l'uscio di casa, diresse i suoi passi svelti e furtivi alla volta del bosco ceduo. Il gallo in quel momento straziò il silenzio mattutino col suo canto beffardo e sgraziato. Baldo gli lanciò una maledizione. Per prima cosa si beò compiutamente alle arcane armonie della Natura intenta al risveglio: brusii, squittii, schianti, sospiri, mormorii, frulli, tuffi, ansiti, folate, sussurri, tonfi, scricchiolii, sciacquottii, ronfi, brontolii... Poi d'un tratto una grande vampata sulla cresta dei monti e dalle nubi infuocate ecco irrompere Febo colla quadriga del sole preceduto dall'Aurora e dalla Rugiada.

Baldo, uno spettacolo simile non l'aveva mai veduto. Adusato al lavoro assillante, sempre curvo al suolo intento alle patate ed ai pomidori, non aveva mai avuto modo d'apprezzare dovutamente il fenomeno grandioso. Preso da grande emozione si guardò il palmo delle mani che parevano un Sahara in bassorilievo. "Maledizione!" imprecò.

Col passare delle ore si sentì invadere dalla stanchezza. Il suono delle campane di mezzogiorno gli giunse all'orecchio attutito, ovattato dalla distanza. D'un tratto lo prese un senso di gravezza e di noia. Il pentimento vero e proprio lo raggiunse all'improvviso dandogli al cuore un tuffo molesto. "Per la Madonna, che idea balzana!" Si sedette sopra un tronco d'albero abbattuto e meditò. "Perbacco! Ora me ne ritorno a casa come un fesso... M'ho lavato il collo per niente." E improvviso un pensiero di tutt'altra natura, un pensiero strano, espresso in una bassa esclamazione astiosa: "Ah, se possedessi un milione!" Appoggiò i gomiti sulle ginocchia, si prese il volto tra le mani e si mise ad osservare le formiche ai suoi piedi. "Allora sì che farei ballare l'orso!.."

Le laboriose bestiole trasportavano grossi carichi, pesi più del loro corpicino, in un va e vieni disciplinato, instancabile. Ecco una che viene avanti con un carico enorme, spropositato. Si vede ben chiaro lo sforzo che fa per riuscire nell'intento. D'un tratto, nello scendere un valloncello, incespica e cade. Dev'essersi fatta male perché non accenna a rimettersi in piedi. Ecco un'altra formica allora, che si stacca dalla lunga teoria di quelle che tornano e s'avvicina all'infortunata. "Che t'è successo, sorellina?"" le chiede premurosamente. "Ohi! ohi! ohi!" risponde quell'altra: "La gamba, la gamba..." E col capo accenna ad una delle sue zampine che appare assai malconcia.. "Perbacco!" esclama il sopraggiunto, poiché era un maschiotto: "Una storta." E afferrata senza tanti ambagi la gamba malata si mette a massaggiare energicamente. "Ohi! ohi! ohi!" grida più forte la malcapitata. "Ora vai all'infermeria" le dice quindi il galante cavaliere. "Non preoccuparti del carico, che a quello ci penso io. E digli al dottore che guai a lui se ti taglia la gamba. Io sono Marco Vinicio." La prima formica s'allontana zoppicando. "Ehi! ehi!" la richiama quell'altro d'un tratto:"Com'è il tuo nome, vaga donzella?" "Frù-frù" risponde quella facendosi rossa come un carbonchio. "Schiava?" "No, libertina." Marco Vinicio si mette a considerare cogitabondo il grosso carico riverso sul sentierino. "Che razza di pesi!" brontola.
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Baldo non aveva udito nessun rumore di passi, né altro che potesse giustificare la presenza di quei piedi proprio là sotto i suoi occhi. Erano scarpe all'antica quelle, sormontate da grosse lucide fibbie d'argento. Il misterioso personaggio vestiva alla foggia di cent'anni prima. Un ampio mantello nero, malgrado la stagione, lo copriva dalle spalle ai piedi. Il suo volto era pallido, angoloso e duro, ravvivato da occhi nerissimi sormontati da cupe e folte sopracciglia. Era alto, massiccio, e sotto il mantello s'indovinavano le braccia incrociate sul petto.

Baldo lo guardava stupito e sgomento.

"Il diporto di contar le formicole non è per te, amico" fece l'ignoto personaggio. Aveva una voce strana, profonda, dalle tonalità metalliche.

Baldo rimaneva muto ed interdetto. "No, non ti si addice. E' grottesco, puerile. Ho di meglio per te, di meglio assai."

"Ma ... tu... chi sei?!" azzardò Baldo con voce alterata.

Il sinistro messere abbozzò un brutto sogghigno: "Tu l'hai già intuito, amico." disse.

Baldo sbarrò tanto d'occhi e dischiuse la bocca in una muta angosciata interrogazione.

"Si" fece quell'altro: "Si, son proprio io!"

Baldo tentò istintivamente un gesto di croce, ma Satana gli afferrò rapido il braccio.

"Via, via!... Non facciamo scherzi. Prima di tutto ragioniamo. Se permetti, mi siedo accanto a te. " E senz'altri complimenti si sedette. Poi disse di nuovo: "T'ho detto ch'ho di meglio per te..."

"Ma alfine, che significa?" fece Baldo vivamente.

"Significa..." rispose il Diavolo: "Ecco quello che significa." E levata la mano da sotto il mantello, soffregò dolcemente il pollice contro l'indice e il medio in un gesto inequivocabile. "Pecunia, amico mio, pecunia. Ecce quid quinquinorum pecunia omnia regina mundi..."

"Oh!" fece Baldo al suon del diabolico latino: "Come il nostro parroco. Alle volte..."

"Il vostro parroco..." lo interruppe Satana. Fui da lui proprio iersera. Mi piace la contrada. Molto cortese... Parlatore come ve ne son pochi. Un latino poi...Un Orazio Flacco."

"Noi, in paese, lo chiamiamo don Bortolo."
"Già, don Bortolo..." E s'interruppe mordicchiandosi con disapppunto il labbro carnoso. "Una noce dura, ma..." Quindi disse perentorio: " Sol che tu lo desideri, il denaro è pronto."

Un lieve ansito tradiva l'interna emozione di Baldo. Una mosca s'avvicinò al naso del Diavolo coll'evidente proposito di posarvisi. Satana detestava le mosche. Fece l'atto di acchiapparla al volo, ma il tentativo fallì.

Disse Baldo alfine:

"Tu dimostri dell'interessamento alle cose mie. Qual'è il motivo che ti spinge?"

Rispose il Diavolo evasivo: "La tua vita è grama, amico: Lavoro, fatica, sudiciume...Io posso farti ricco, potente.
Baldo respirava a fatica. Disse con voce tremula:

"Ma tu... da me... in cambio... cosa chiedi?

Il Diavolo sospirò profondamente e parve concentrarsi. Intanto la mosca (sempre quella imprudente di prima), eseguite alcune ampie volute a motori spenti, s'era cautamente posata sulla sua guancia mettendosi subito a fare i suoi porci bisogni. Il Diavolo, rigido come una statua, non batteva ciglio. D'un tratto nel profondo silenzio echeggiò il rumore sinistro d'uno schiaffo. Ma il tentativo eroico fallì miseramente anche questa volta. "Maledetta!" ruggì Satana seguendola poi nel suo volo collo sguardo malumorato. Indi, sempre tenendo sott'occhio la mosca che ora ronzava a pieni motori, rispose a Baldo:

"Non mi piacciono i negozi tirati troppo alla lunga. E' l'alma tua che m'interessa, ecco. Desidero d'acquistarla. Pago bene..."
Baldo, che una proposta di quel genere pur se l'aspettava, nel sentirsela formulare tanto crudamente, rimaneva senza respiro.

"No!" esclamò tutto alterato, sconvolto. "No! Vattene!... Questo baratto non si farà. Vattene!"

Il Diavolo sorrise gelido:

"Amico, nessuno ti obbliga..."

"Tu non hai potere alcuno su di me." proseguì Baldo con energia. "No, proprio nessun potere. Con un gesto solo io posso..."

"Tu non lo compirai quel gesto."

Baldo ansimava sordamente. Disse poi, con voce bassa, irrauchita, guardando il suolo come trasognato: "Questo negozio non si farà. No. Non le son cose, perbacco! da proporsi ad un cristiano bennato, timorato di..."

"Zzzzt! " lo interruppe il Diavolo corrugando il ciglio. "Non dire fesserie. Guarda." E da sotto il mantello levò un grosso pacco di biglietti di banca nuovi fiammanti. "Guarda: Un milione tondo tondo."

Baldo, che nella sua vita non aveva tenuto mai tra le sue dita un solo biglietto di quel taglio, si sentì venir meno e si premette ambe le mani contro il cuore in tumulto.

"No!" esclamò alfine: "No... vattene."

"Amico," disse allora il Diavolo: "Non ti posso obbligare; ma pensa: Sei giovane... Pensa ad una vita tutta soffusa di delizie. Non più tribolazioni, non più lavoro ignobile, avvilente. Avrai chi ti serve; sarai amato, rispettato, vezzeggiato: Tutti a gara per farti cosa gradita."

"No!" fece ancora Baldo: "No!"

Il Diavolo si rimetté il pacco dei biglietti sotto il mantello. "Ho dell'altro da fare," disse. "Come t'aggrada," e si alzò ."Ma avrai da pentirtene, amico, ricordati. Lavoro, fatica, sudiciume..." Strimpellò colle dita un ironico cenno di saluto. "Me ne vò."

Baldo lo sogguardava con l'occhio vitreo d'allucinato.

"Addio!" fece il Diavolo e s'avviò.

Baldo emise un ringhio sordo. Con un balzo lo raggiunse e l'agguantò strettamente del mantello.

"Caccia il denaro e vattene, maledetto!" rantolò.

Il Diavolo trasse di nuovo da sotto l'involto, che Baldo afferrò con rabbiosa cupidigia.

"Ora vattene! Vattene, maledetto!..."

Disse il Diavolo: "Contali."

"Mi fido. Vattene!"

Satana s'allontanò d'alcuni passi, poi si rivoltò e colla mano ripeté l'ironico saluto di poc'anzi. La mosca intanto gli andava ronzando nuovamente d'attorno. Il Diavolo la seguiva attento. Una fulminea zampata e Baldo lo vide ghignar bieco mentre si guardava il pugno attraverso le dita socchiuse. "Ora ti porto al caldo." mormorò. Si cacciò il pugno ben stretto nella tasca, quindi batté il terreno tre volte col tallone. La terra si colorò subito di rosso fuoco, una vampata, un sibilo straziante e lungo, e Satana sprofondò nel suo regno.

Baldo giacque al suolo a gemere, a contorcersi e a urlare di raccapriccio.
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Il calessino rotolava veloce sulla strada inghiaiata che menava al capoluogo dove c'era una banca. "Perbacco!" monologava Baldo: "Perbacco che avventura! Un milione!... C'è da impazzire... Ora è finita la schiavitù. Basta con Baldo. D'ora innanzi, Signor Ubaldo, per la Madonna!" A quel pensiero percepì quel senso di delizioso soffocamento che già conosciamo. "Ah! ah! ah!" rise forte, e frustò e rifrustò il cavalluccio che già filava come un diretto. Piombò come un Ajace sulla piazza del paese, che per fortuna in quell'ora meridiana non presentava concorso di popolo.
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Il cassiere della banca, giacca nera, pallido e coll'occhio smorto, andava esaminando con molta attenzione uno di quei biglietti. Guardò quindi il "Signor Ubaldo" che nell'inquadro dello sportello pareva un'allucinata creazione di van Gogh. A caso levò dal mucchio un altro biglietto, lo palpeggiò, lo guardò contro luce, poi guardò nuovamente Baldo che non fiatava. "Ma da chi diavolo avete avuto questi soldi?!" disse. "Eh?!... Come?!..." fece Baldo colpito da un atroce sospetto. Il cassiere seguitava a guardarlo coll'occhio improvvisamente ravvivato. I suoi pomelli apparivano coloriti da un tenue spruzzo sanguigno. "Ma questo è denaro falso, del tutto falso," disse ancora. Baldo s'accasciò con un rantolo.
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Quando Caronte se lo vide comparire davanti, "Ah, ah!" mormorò: "Eccolo qua." Lo prese del braccio e lo spinse nel branco: "Avanti, avanti manigoldi!"


Giuseppe Soravia "Capoto"
nato a Monaco di Baviera il 13 aprile 1902
morto a Verona il 25 settembre 1955







21.7.10

L' “IMPRESA BOSCHI” PER FAR FRONTE ALLA NUOVA CHIESA DI VENAS - ALBERTO TOSCANI

L' “IMPRESA BOSCHI” PER FAR FRONTE ALLA NUOVA CHIESA DI VENAS
di Alberto Toscani “dei Colli”

Liquidati i debiti che la Regola aveva contratto, nel 1836 l'attenzione del paese si indirizza verso un obiettivo di grande coinvolgimento.
Sono sempre i notabili a porre Venas di fronte ad un progetto capace di mobilitare non solo il sentimento religioso ma anche il senso di appartenenza: la costruzione di una nuova grande Chiesa.
In questo periodo vi è in molti paesi del Cadore una forte spinta ad abbandonare le forme del gotico alpino che caratterizzavano molte chiese cadorine, che denotavano una influenza architettonica del “mondo tedesco” e che connaturavano i villaggi.
Questo allontanarsi dalle forme tradizionali era iniziato verso la metà del ' 700 con l'edificazione di nuove chiese, come la parrocchiale di San Vito, poco discosta dalla vecchia Chiesa, ed in particolare della monumentale Santa Maria Nascente di Pieve, a coronamento dell'aspetto cittadino del capoluogo cadorino.
Nella prima metà dell' '800 si estende tale spinta per adottare lo “stile classico, romano” che vede nell'arch. G. Segusini il maggior esponente.[1]
S. Marco vecchio, costruito in stile tardo gotico nel 1545, appare quindi superato e non più all'altezza dei tempi. Come questa condizione venisse vissuta, nel clima culturale del tempo, è ben rappresentata dalla lettera della Deputazione comunale di Valle del 28 maggio 1836 all' I.R. Ispettore Forestale del Cadore “Il bisogno urgentissimo ed importantissimo della frazione gli è quello della progettata erezione d'una nuova Chiesa parrocchiale per la capacità al popolo, per la pubblica salute e per la decenza del culto. L'attuale Chiesa è così angusta che offre l'area di metri 109,34 compresi coro e navata a fronte di n. 978 anime. In questa Chiesa l'umidità, gl' abiti della calca del popolo e la poca ventilazione cagionano un'alterazione atmosferica certamente nociva alla pubblica salute dalla quale circostanza li fisici risentono lì frequenti tifici contaggi. Essa Chiesa presentasi (oltre la sproporzionatissima sua capacità) antica oscurata poco lucida, priva di forma architettonica a terrazzo ordinario sdrucito e mal concio con porte laterali collocate in punti che mandano l'aria ad inquetar li sacerdoti intenti al presbiterio e alla sacra ufficiatura”. [2]
Oltre che alle motivazioni esposte, il nuovo ”tempio ampio e splendido” risponde ad altre esigenze, una di natura urbanistica: la nuova strada di Alemagna non passava davanti a San Marco vecchio, quindi la nuova chiesa dava visibilità al centro del paese e ne ridisegnava la fisionomia; l'altra esigenza era di natura “politica”: dava visibilità, ricompattando con forza Venas, ridotto al modesto rango di frazione di Valle dopo essere stato capoluogo del Centenaro e poi Comune.
Già dal 1830 si erano raccolti fondi per un nuovo tempio, sia “.... con l'accantonamento di capitali da parte della Fabbriceria anche mediante tagli di piante sui beni della Chiesa, che allora esistevano e abbastanza importanti”[3]
Ma le pur generose offerte non potevano certo supplire all'enorme costo dell'opera e già dal 1832 si era programmato di utilizzare i boschi di Costa Secca e Pian de Gialuco a tal fine. In un primo schizzo l'arch. Pigazzi aveva valutato in £.Aus. 37.000 il fabbisogno per l'edificazione della chiesa e, sempre nel '32, l' Ispezione Forestale aveva eseguito una perizia che ammontava a £.Aus. 37.400. Successivamente l'architetto aveva redatto il progetto che comportava un costo di £.Aus. 74.000.
Non potendo la Frazione sopportare un tale esborso, lo stesso Pigazzi, con l'aiuto dell'ingegner in capo Zilli, ridimensionò l'opera preventivando un costo di £.Aus. 57.000.
Ne conseguì una serie di interventi verso le autorità politiche e forestali per una stima superiore del taglio per la copertura della spesa. Costituiscono parte di questi interventi una lettera all'ispettore forestale con una precisa disamina delle potenzialità dei boschi della Frazione [4] ed una diretta alla I.R. Delegazione Provinciale in cui si evidenziano gli sforzi del paese per preservare i boschi destinati all'edificazione della nuova chiesa. In tale missiva si afferma “che la frazione non à giamai approfitato dei suoi boschi per sopportare le spese d'amministrazione dal tempo dei nuovi regolamenti in quà, che nel bosco destinato alla fabbrica non fu eseguito alcun taglio da memoria di uomini a questa parte, che d'altronde la frazione sostenne maisempre le spese ordinarie colle sovraimposte e colle testatiche alle quali ognuno si sottomette volontariamente anche perché gode dei pascoli e legna da fuoco senza verun gravame.
Che pagati ora i debiti la frazione possiede altri boschi Sopra le Case, Sotto al Villaggio, Roncada, Livinas, Roncomerlo, Buse, Arziei, e Valmaterra di un merito non poco superiore a quello di cui si tratta.
Che perciò per ogni non preveduta evenienza la frazione è proveduta di ulteriori e raguardevoli mezzi per antistarli”
[5]
Il 27 settembre 1836 si ottiene l'adeguamento della perizia che stabilisce il valore depurato del legname in £.Aus. 52.870, cifra che avrebbe dovuto coprire le spese previste.
La vicenda, la più consistente come quantità e qualità del legname, aveva già visto il 1 maggio 1836 la firma della convenzione fra tutti i frazionisti per acquistare le 11.191 piante dei boschi di Costasecca e Pian de Gialuco che sarebbero state messe all'asta con una base di £.Aus. 52.870.
Così afferma la convenzione sottoscritta da 118 focolanti:
“Finalmente l'elezione della Chiesa Parrocchiale di questo luogo, la cui necessità stringe da molti anni, è prossima al suo incominciamento. Però al fine di ovviare le contingibili difficoltà in argomento, per il sollecito e buon andamento dell'opera e per l'interesse della Frazione, necessita che la frazione stessa si costituisca in società tanto per l'appalto del lavoro quanto per l'acquisto delle piante all'uopo distinate, nominando 13 dei sopradetti individui per figurare all'asta, per fare l'occorrente garanzia in faccia all'Autorità Tuttoria nella sufficienza dei mezzi prestabiliti”. [6]
I 13 sono i soliti appartenenti alle famiglie che costituiscono il nucleo delle società che conducevano i tagli e incaricano G.B. Gei della Siora, perché si costituisca deliberatario per l'acquisto delle piante, e garantiscono il Gei stesso in solido. Afferma ancora la convenzione "Li predetti Signori scieglieranno tra essi 2 individui incaricati di presentarsi alle due aste, l'una di appalto della costruzione della Chiesa, l'altra di vendita delle piante per tal spesa stabilita". [7]
I 13 notabili sono altresì costretti a dichiarare e garantire all' I.R. Commissario Distrettuale di Cadore “... che il prodotto depurato dal X° delle piante destinato ad affrontare il dispendio di costruzione della nuova Chiesa Parrocchiale del suddetto luogo, cioè le 11.191 piante esistenti nel bosco Costasecca e Pian de Gialuco sopra le case calcolate dalla perizia dell' I.R. Ispettore Forestale del Cadore 29 aprile 1832, è sufficiente all'uopo, secondo il relativo modificato progetto del R.Ing. Sig. Pigazzi, tal che essa frazione non soggiacerà a verun' altra spesa in tale causa”. [8]
Il percorso per iniziare le opere è però ancora lungo, perché, accanto alle cifre consistenti in gioco, vi è una certa prudenza dell'autorità austriaca che, seppure favorevole alle iniziative che vanno a consolidare l'alleanza trono altare, era attenta a non innescare spirali debitorie anche per non provocare sovvertimenti sociali.
Il nodo principale è di garantire il gettito maggiore per il comune ottenibile, secondo l'autorità austriaca, con il sistema delle due aste. Di contro in una lettera del 29 marzo ' 37 la Deputazione Comunale di Valle afferma che non si sente di adottare il doppio progetto proposto dall'autorità forestale: I appalto per taglio, fabbricazione e condotta; II appalto per la vendita della merce, perché le piante sono state rilevate con esattezza, i “derubamenti” e le sottrazioni potrebbero essere maggiori del previsto, il facitore con una cattiva lavorazione potrebbe dare un risultato peggiore, la poca diligenza dello stesso porterebbe a maggiori rotture ed infine i tempi più lunghi per le due aste stancherebbero la popolazione che già da tanti anni aspetta la nuova Chiesa. [9]
Finalmente il 26 settembre 1837, dietro autorizzazione dell'I.R. Delegazione Provinciale, viene emanato l'avviso per un'unica asta del legname in piedi “... sul valore di prima grida di £.Aus. 52.870,04”. [10]
In una riunione del 6 ottobre 1837 i 13 concordano che l'ultima offerta sarà effettuata dal Sig. G.B. Gei obbligandosi tutti “... insolidamente a garantire il Sig. Gei ed eredi di qualunque infortunio” potesse accadere e deliberano di procedere, ad asta effettuata, a “... disciplinare per l'esecuzione del lavoro e per la condotta della mercanzia”[11]
Nell'adunanza dei frazionisti dell' 8 ottobre 1837 viene deliberato che “...le piante di Pian de Gialuco verranno fabbricate e condotte a Perarolo dai singoli Frazionisti a gratis restando solo il dovere alla Frazione di pagare la mercede delle opere di squadrare e di manoalanza”. [12]
L'asta si effettua il 14 ottobre ' 37 e viene assegnata a G.B. Gei della Siora a £.Aus. 65.400. [13]
Le operazioni preliminari al taglio si concludono con il contratto del 16 ottobre ' 37 di vendita alla ditta Pietro e Antonio Lazzaris di Perarolo. Nel contratto, accanto alle usuali condizioni e ai prezzi convenuti, si stabilisce che parte della mercanzia sia da consegnarsi dai venditori sui posteggi della ditta a Perarolo e che per la merce invece consegnata sul Boite “... al momento opportuno e conveniente per la condotta fluviale...” il prezzo sarà diminuito, ma la condotta sarà a carico della ditta Lazzaris. Un articolo del contratto obbliga la ditta compratrice a fare “... un regalo a questa novella Veneranda Chiesa di una lampada d'argento corrispondente alla sua generosità e dall'aspettazione delli venditori, li quali promettono di ben lavorare e ridurre le mercanzie”. [14]
Il decimo ora è del 8% e verrà pagato prima di ogni taglio; i lavori si protrarranno per tre anni: ' 38, ' 39, ' 40. L'esperienza precedente consente di affinare ulteriormente l'utilizzazione delle piante e così nel primo taglio (' 38) con la porzione di Pian de Gialuco e una prima martellatura nel bosco di Costa Secca lavorano 24 “squaradori” e 28 “manoali” con una media di 30 opere ciascuno, ma con un compenso ben diverso: £.Ven. 2 per i primi e solo una per i secondi. [15]
Si programmano i lavori con precisione, come ben dimostra il calcolo riguardante il lavoro a Costa Secca del ' 39 che quantifica analiticamente le spese che si incontreranno per il secondo taglio. [16]
La necessità di trarre il maggior profitto per supplire ai costi della nuova Chiesa nel ' 40 per l'ultimo terzo, sempre a Costa Secca, spinge a soppesare più ipotesi, tenendo conto delle differenze nel ricavo tra gli squadrati messi in acqua per la fluitazione e quelli condotti via terra a Perarolo, così come prevedeva il contratto con la ditta Lazzaris.
Si ricorda che i focolanti si erano impegnati, per quanto riguardava Pian de Gialuco, a condurre gli squadrati “a gratis” via terra dall'acquirente: possibilmente la travatura veniva trasportata via terra e le taglie, invece, venivano fluitate. [17] È da tenere presente che il percorso tra Venas e Perarolo era piuttosto breve e quindi non pregiudizievole per la travatura, anche in caso di fluitazione nel Boite.[18] Pure la condotta via terra, sempre per la ridotta distanza con Perarolo, non era eccessivamente onerosa.
Il taglio e la facitura del '40 iniziarono il 3 maggio e si conclusero il 25 luglio, coinvolgendo 58 uomini tra “manoali e squaradori” e, probabilmente per la necessità di accelerare i lavori, si ricorse anche a 3 “squaradori” di Valle e 5 di Peaio. In media gli “squaradori” percepirono £.Ven. 90 Per le loro opere e il direttore ricevette per 51 opere a 2,5 lire la somma di 114,15 venete.
I lavori per la nuova chiesa iniziarono nella primavera del '40 e da quel momento la popolazione di Venas concorse nei lavori di manovalanza, spesso gratuitamente.[19]
Il paese era occupato contemporaneamente su più fronti: la conclusione del taglio e i primi lavori di edificazione del nuovo tempio.
È da rilevare che ai i lavori per la Chiesa parteciparono, sempre gratuitamente, anche gli abitanti di Giau e Suppiane che non erano frazionisti e quindi non facevano parte delle consortive per i lavori boschivi di Venas, ma erano a pieno titolo parrocchiani di San Marco.[20]
Gio. Batta Gei della Siora, l'animatore non solo dell'Impresa Boschi, ma anche dell'Impresa Sociale per la Fabbrica della Chiesa, non vide la conclusione dell'opera perché morì nel maggio del 1843, prima dell' “....apertura al culto, previa la solenne benedizione..... che fu impartita il giorno 8 ottobre 1843 da Monsignor Mariano Da Rù di Pozzale, Vicario Generale di Udine”.[21]
In conclusione si può affermare che il taglio delle 11.191 piante costituisce il momento più alto delle attività boschive di Venas, sia per l'entità dell'operazione sia per il valore religioso e “politico” dell'impresa.
Gran parte delle piante (9.212) proveniva dal bosco di Costa Secca, fra i più consistenti della frazione (394 pertiche censuarie) la cui ubicazione si prestava maggiormente alla fluitazione sul Boite mentre Pian de Gialuco contribuiva con una modesta percentuale (1.997 piante), ma poteva usufruire anche della strada di Alemagna, aperta nel 1830.
Dal punto di vista finanziario, l'apporto dell' “Impresa Boschi” è stato determinante per l'edificazione del nuovo S. Marco, perché consentì in poco tempo l'accumulo di fondi di gran lunga maggiore di quanto pensabile solo pochi anni prima. All'importo dell'asta, depurato del decimo (8% dovuto all'Amministrazione Forestale) si aggiunse il guadagno della facitura e del trasporto, solo modestamente ridotto dalle spese per squaradori e manovali.
Il contributo del bosco per la costruzione di S. Marco Nuovo va al di là dei ricavi dell' “Impresa Boschi”. Accanto ai fondi precedentemente accumulati allo scopo, a diversi tagli di minore entità si deve considerare la notevole quantità di legname utilizzato per il cantiere: mirabile esempio ne sono i larici usati per la platea a griglia che sostiene il coro. [22]

Venas di Cadore, luglio 2010

Alberto Toscani “dei Colli”


NOTE

[1] E. Concina in “Forme urbanistiche di una comunità alpina: Cadore”- Estratto da “Comunità”n. 171 gennaio 1974 descrive l' acculturazione della società cadorina dal XIV secolo al XIX in relazione all'architettura e all'urbanistica.

[2] A.Reg. V. Rep.7 n. 25

[3] Don Alfieri De Lorenzo, nel numero unico de “La voce di S.Marco” in occasione del centenario della consacrazione della Chiesa, ripercorre le tappe della sua edificazione. VENAS 1947

[4] Vedi tabella sulla situazione dei boschi frazionali nel 1836. Allegato alla lettera all'ispettore forestale. In A.Reg. V. Rep.7 n. 25

[5] Lettera all'I.R. Delegazione Provinciale. In A.Reg. V. Rep.7 n. 26

[6] Convenzione 1 maggio 1836. In A.Pr. VENAS

[7] Id.

[8] Garanzia fatta da 13 individui alla Tutoria Autorità il 1 maggio 1836. In A.Pr. VENAS

[9] Lettera della delegazione comunale di Valle all'I.R. Isp. Forestale di Pieve 29 marzo ' 37 in A.Reg. V. Cartella Boschi

[10] Avviso d'asta. In A.Pr. VENAS /Taglio Chiesa

[11] Convenzione 6 ottobre 1837. In A.Pr. VENAS

[12] Verbale adunanza dell' 8 ottobre '37. In A.Pr. VENAS

[13] Verbale di vendita a G.B. Gei 24 febbraio 1838. A.Com. Valle n. 29

[14] Contratto di vendita delle 11.191 piante del 16 ottobre ' 37 alla ditta Lazzaris. A.Pr. VENAS. I prezzi sono uguali sia per l'albeo sia per il larice; le taglie di 12 piedi, ghirlande comprese, saranno valutate con il prezzo dell'anno. I prezzi sono distinti per gli squadrati tra quelli trasportati via terra e quelli sistemati per la fluitazione

[15] Dalla contabilità dell'anno ' 38 si rileva una notevole varietà di lavorati: rulli, chiavi, zappolì, piane, tressi, zoncole, cime e remi.
Per Costa Secca risulta un importo di 22.000 £ venete, di cui 2.000 di taglie; per Pian de Gialuco l'importo è di £ 24.447, di cui 1.520 sono di taglie. In totale si ricavano 46.447 £ venete con un'incidenza di circa l'8% derivante da taglie.

[16] Per l'anno 1839 viene calcolata approssimativamente la spesa che si andrà “... ad incontrare nel taglio di piedi, disboscazione, segno ed innacquamento delle piante che si abbatterà quest'anno 1839 nel bosco Costa Secca”. In A.Pr. VENAS


CALCOLO DELLE SPESE [come da documento originale]

N. 800 Opere da squarador
N. 800 Opere da manoal
Che chiede impiegare e vengono pagate ogniuna da squarador e
manoal a £ 7...............................................................£. 5.600
Al taglio di piedi n. 150 opere a £. 3 .................................£. 450
Spese per bollo .................................................................. 80
Disboscazione n. 400 opere a £. 3.................................£. 1.200
_______________________________________________________
.....................................................................................£. 7.430

Spesa per ogni opera giornagliera e mercede

N. 1 Opera di squarador ................................................ £. 2,5
Cibaria ......................................................................... £. 1,5
Vino e pane .................................................................. £. 0,3
_______________________________________________________
.....................................................................................£. 3,13

N. 1 Opera da manoal ................................................ £. 2,5
Cibaria ...................................................................... £. 1,5
Pane e vino ................................................................ £. 0,3
_______________________________________________________
...................................................................................£. 2,13

Si aggiungono sopra le opere pei giorni di non lavoro £. 0,13

Totale spesa per opera £. 7

Calcolo che ogni opera tra manoal squarador faccia ogni giorno marcanzia per £. 60. Sicché in raggione di 800 opere si riterebbe il capitale di venete £. 48.000. Sicché in proporzione della spesa esposta sopra si spenderebbe il 16%, £. 7.680.

[17] Per l'ultimo terzo di legnami, 3.731 piante nel bosco di Costa Secca, tagliate e lavorate dal 13 maggio al 25 luglio 1840 viene calcolato l'importo del ricavo se condotte via terra o via acqua (fluitazione nel Boite)

DESCRIZ.
CONDOTTA
PER ACQUA
CONDOTTA
PER TERRA
ONCIE
Prezzo per O.
Ricavo
Prezzo per O.
Ricavo
RULLI
13.471
1,-
13.471
1,3
15.491
CHIAVI
5.166
1,10
7.749
1,13
8.523
SCALONI 7
868
1,15
1.519
2,-
1.736
SCALONI 8
264
}
SCALONI 9
36
} 1,17
555
2,2
630
PIANE da 7 a 10
2.416
1,10
3.624
1,13
3.986
ZAPPOLI da 3 a 10
8.791
0,15
6.593
0,17
7.472
TAGLIE da 8 a 12
772½
20,-
15.450
20,-
15.450
CIME
1,10
114
1,10
114
TRESSI
}
REMI
} 1.443
0,14
1.010
0,17
1.226
TOT.
50.085
54.630
In A. Pr. Venas

[18] Si tenga presente che un carro trainato da due cavalli ha una portata di m³ 2,50 di tronchi e m³ 3 di tavole e può coprire una distanza giornaliera di circa 30 km.
Cfr. A.Pais Tarsiglia “Il Cadore e la sua ricchezza forestale” Feltre 1930

[19] Don Alfieri De Lorenzo nell'op.cit. descrive la partecipazione della popolazione ai lavori e afferma che il progetto è dell'arch. Segusini. Più recentemente Maria Silvia Guzzon e Antonella Guzzon in “CADORE-ARCHITETTURA E ARTE” Tamari Edizioni 2008 , hanno definitivamente risolto la controversa attribuzione, documentando che il progettista è l'architetto Giovan Battista Meduna(1800-1880). Sull'importante architetto veneziano cfr. delle stesse autrici l'articolo “A Venàs di Cadore un inedito dell'architetto Giovan Battista Meduna” in Archivio Storico di Belluno, Feltre e Cadore - Genn.Apr. 2005

[20] Vincenzo Menegus Tamburin, ripercorrendo le alterne appartenenze ai Centenari e Comuni di Valle e Venas, definisce simpaticamente Suppiane e Giau “.... un'esigua comunità mezzo anarcoide”.
Vincenzo Menegus Tamburin “S.Vito, Borca, Vodo e Venas nella storia cadorina” Tamari Editori 1976

[21] Don Alfieri De Lorenzo Op.cit. La figura di Gio. Batta Gei della Siora è centrale nella storia di Venas della prima metà dell' '800. Capace imprenditore possiede, accanto a vasti territori, un forno da pane a Venas ed esercita soprattutto una consistente attività nella città di Brescia.
Uomo di profonda fede religiosa, attento ad una sintesi fra tradizione e modernità, è un notabile che contribuisce a mantenere nella pratica la gestione dei boschi secondo la logica regoliera, in contrasto con la situazione istituzionale vigente e sa cogliere l'occasione offerta dall'apertura dell' Alemagna (1830) costruendo il primo albergo, stazione di posta, il Borghetto.
L'esperienza e i contatti che G.B. Gei della Siora aveva nel Lombardo-Veneto sono forse la spiegazione di come una piccola comunità di montagna ricorra ad un affermato architetto di Venezia per il progetto del nuovo tempio.

[22] Nella prima metà degli anni '30 vennero tagliate 13.118 piante di cui era deliberatario per la Società Boschi di Venas Francesco Colle e parte del ricavato venne accantonata per costituire un primo fondo.
L'apporto del bosco e della popolazione è testimoniato da numerosi documenti custoditi nell'Archivio Parrocchiale di Venas, fra i quali si trova quello relativo alla raccolta di legna per attivare la fornace per produrre la calce.
Dal riepilogo di tutta l'amministrazione di G. B. Gei per l'acquisto e la fabbricazione delle 11.191 piante si evidenzia il ricavo complessivo di £. Ven. 161.182,00.
Arch. Parr. Venas n.r.



APPENDICE

1 Lira Austriaca = 1,75 Lire Venete
Calvea (sup.) = circa 900 mq.; Calvea (mis. aridi) = circa 32 litri
Libbra = ca. 500 grammi; Oncia = ca. 2,8 cm.
Pertica Censuaria = 1000 mq.; Piede = ca. 34 cm.
Rullo, chiave, scalone, piana, zappolo sono travature
1 libbra di pane = £.Aus. 0,39; 1 litro di vino = £.Aus. 0,50
1 calvea di frumento = £.Aus. 7,00
Paga giornaliera: operaio £.Aus. 1,50; carpentiere £.Aus. 2,00; manovale £.Aus. 1,60;
bracciante £.Aus.1,40; falegname £.Aus.2,30

23.6.10

RIEPILOGO DELLE ATTIVITA' DEL SETTORE DELL'OCCHIALERIA NEL COMUNE DI VALLE DI CADORE (BL) - AGGIORNATO IL 21.07.2015 IN RICORDO DI ELIO FIORUCCI -


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Il viaggiatore che per la prima volta visitasse oggi il territorio del Comune di Valle di Cadore troverebbe pochissimi indizi di una attività industriale dell'occhiale, che invece nel dopoguerra fu notevolmente sviluppata, anche se non ai livelli intensivi come nei comuni di Calalzo, dove essa sorse nel lontano 1878, o di Domegge. Oggi si può dire che nel Comune di Valle di Cadore il settore dell'occhialeria sia praticamente scomparso.

Il presente è un riepilogo (ma sarebbe più corretto chiamarlo epilogo) storico, che comprende (spero) tutte le ditte del settore, sorte e cessate (solo una piccola ditta a conduzione familiare risulta ancora in attività nel Comune, la DI.VI.EMME) nel periodo che va dal 1945 ai giorni nostri, salvo il caso della ILPO, che fu l'unica ditta fondata prima della guerra, precisamente nel 1930.
La descrizione seguirà un percorso stradale, partendo da Valle verso Venas. Essa non ha alcuna pretesa né di completezza né di precisione, basandosi soprattutto su ricordi personali e informazioni raccolte in loco, con minimo apporto di documentazione ufficiale.

A Valle in via Dante c'era la Ditta I.L.P.O. (Industria Lenti Per Occhiali), fondata nel 1930, ma insediatasi nello stabilimento di via Dante nel dopoguerra. L'inaugurazione del nuovo stabilimento avvenne nel 1948 sotto la presidenza del Cav. Francesco Ciliotta (Valle, 1897-1976). La ILPO era una S.p.A. di proprietà di vari soci, tra cui Amedeo Peruz, Ruggero Chiamulera, Attilio Da Giau e la famiglia del suddetto Francesco Ciliotta, il quale ne fu presidente fino al 1953. Successivamente, a cavallo tra il '56 e il '57, il Sen. Attilio Tissi (Vallada Agordina, 1900 - Tre Cime di Lavaredo, 1959), socialdemocratico, per riconoscenza verso Valle dove aveva una forte base elettorale intervenne al fine di rilanciare la società, finanziando (personalmente) l'acquisizione della maggioranza del pacchetto azionario.
La ditta era specializzata nella produzione di lenti oftalmiche per occhiali, raggiungendo elevati standard qualitativi e detenendo una buona quota del mercato italiano delle lenti tradizionali. Ebbe sempre un buon numero di addetti, sulla trentina.
Agli inizi degli anni '70 la proprietà passò ai fratelli Bruno e Gianni De Silvestro assieme al direttore della fabbrica Giorgio Da Giau (Valle, 1920-2004).
Nel 1982 la ditta fu acquistata da Francesco Caporossi (1936-2012), attraverso la sua finanziaria FINALP, e potenziando l'assunzione di personale. Caporossi divenne nel 1986 il "patron" della Officine Galileo-IOR di Marghera, che aprì anche un nuovo grande stabilimento a Longarone (I.O.E.), poi chiuso. La Galileo-IOR, con oltre 20 societa' e 6 stabilmenti sparsi nel mondo era il terzo gruppo nella costruzione di lenti in Europa e in America. In detto stabilimento di Longarone si insediò successivamente la Safilo, che abbandonò gradualmente la storica sede di Molinà di Calalzo. Nel 1994 la ILPO cessò l'attività.
Nel 1999 lo stabilimento venne affittato alla Ditta VILLA VENETA, poi denominata ACCADEMIE di proprietà di vari soci, tra cui Gianni Cian (1942-2012), che ne fu il fondatore, Adelchi Liera, Domenico Bristot, i quali però presto lo abbandonarono per trasferirsi a Fortogna di Longarone. Ditta specializzata nella lavorazione di occhiali in titanio con numerosi dipendenti (una cinquantina) ma che ha recentemente cessato l'attività.
Attualmente il fabbricato ILPO è vuoto, con mutamento di destinazione d'uso a residenziale.[1]

In via Rusecco c'era la Ditta di Italo Del Favero, (Valle, 1919-1989) che produceva occhiali di plastica come terzista. Qui subentrò e rimase per alcuni anni presente la Ditta MODESIGN di Adriano Davare, Vanni Zanetti, Gino De Ghetto e Giovanni (Vito) De Lorenzo. Detti soci erano tutti ex dipendenti della IDOS (vedi sotto) che nel 1979 si misero in proprio. Avevano ottime cognizioni tecniche e commerciali, l'attività si sviluppò favorevolmente e presto si trasferirono in un nuovo stabilimento poco lontano, ma in Comune di Pieve, con una media di 50 addetti. La produzione era di montature per occhiali in acetato, essendo assolutamente all'avanguardia nell'impiego dei centri di lavoro a controllo numerico, poi anche montature in metallo, ed era prevalentemente diretta ai mercati esteri, dove era bene introdotta. Oggi la ditta risulta ceduta ad altri, con forte riduzione di personale.

In Via G. Carducci c'era dagli anni '70 la Ditta di Angelo Serafini, (omonimo di un Angelo Serafini più famoso, con fabbrica a Domegge) che da semplice operaio si mise a costruire occhiali, in un laboratorio a carattere familiare. Era una attività atipica, perché nonostante le ridotte dimensioni riusciva a realizzare l'intera montatura, che commercializzava direttamente.

In Via XX Settembre, nei locali della ex latteria di Valle sorse negli anni '70 la Ditta O.M.E.C. a nome di Primo (Aldo) Tiberio (Pieve, 1920-2010), che poi cedette l'attività indirettamente alla Metalflex; alla fine la ditta fu quasi interamente rilevata da Giuseppe Da Cortà (Pieve, 1925-2004). Vi si fabbricavano montature per occhiali in alluminio, articolo purtroppo andato presto in crisi con conseguenze negative per la società.

Sempre in Via XX Settembre Augusto Zandanel di Cibiana, ex dipendente Metalflex, aprì nel 1983 una Ditta, denominata MODOPTIC, per la finitura e la commercializzazione di occhiali, operante verso i mercati esteri, specialmente gli Stati Uniti, dove Zandanel risiede. Ditta che risulta chiusa nel 2010.

All'inizio di Via Romana c'è il fabbricato sede di una fabbrica di lenti oftalmiche per occhiali, la LOLI, fondata dal Cav. Francesco Ciliotta, già citato sopra alla voce ILPO, nel 1954. La produzione di lenti, che impiegava una decina di operai, cessò nel 1976 e lo stabile divenne negli anni '80 sede della AXON di Fabrizio Toscani, Paolo Soravia e Fabrizio De Lotto. Doveva essere lanciato un prodotto innovativo, un occhiale a iniezione con un nuovo tipo di materiale plastico dalle caratteristiche eccezionali, ma sopravvennero difficoltà tecniche e la ditta fu ceduta indirettamente alla Metalflex, che successivamente la rivendette ad altri, i quali finalmente la chiusero. Subentrò quindi una nuova Ditta denominata RITE di proprietà di Marino Lena con altri soci, poi chiusa. L'ultimo inquilino fu la Ditta VILLA VENETA con maggior numero di addetti, ditta fondata da Gianni Cian, trasferitasi nel 1999 nel fabbricato ex ILPO (vedi sopra)

In Via Romana 10 alla fine degli anni '80 i fratelli Maurizio (Buenos Aires, 1955-Berlino, 2010) e Giancarlo Marinello avviarono un'attività artigianale di fabbricazione occhiali, che ebbe vita breve. Ambedue provenivano dall'Argentina, essendo però il padre originario di Valle.

In Via Tiziano aprirono all'inizio degli anni '90 un'attività di saldatura occhiali i fratelli Livio e Luca Ciliotta, i quali si unirono successivamente in società con Emilio Da Val per formare la Ditta DA VAL & CILIOTTA, trasferitasi quindi a Perarolo, dove opera nella produzione di minuterie per occhiali, ditta rinomata per i macchinari automatici e di precisione di cui dispone.

Ancora in Via Tiziano fu attiva per moltissimi anni l'officina meccanica di Giuseppe Da Val (Valle, 1924-2009), specializzata nella costruzione di stampi e attrezzature per occhiali. A fianco dell'officina di Da Val è ancora presente la Ditta DI.VI.EMME del genero Francesco Meneghini, che esegue varie lavorazioni per occhiali.

Passando a Venas, in località Giau nell'immediato dopoguerra Enrico Giavi (Venas, 1894-1967) aprì una fabbrica di montature per occhiali di celluloide nella propria grande casa, impiegando fino a una sessantina di operai. Cessò l'attività alla fine degli anni '50. La fabbrica era considerata una filiale della Safilo, lavorando in pratica solo per la stessa, e per la relazione di parentela tra Enrico ed il nipote di quest'ultimo Raimondo Giavi, all'epoca socio del Comm. Guglielmo Tabacchi nella Safilo. Il fabbricato tornò alla sua originale destinazione residenziale, trasformato in condominio.

Alla fine degli anni '60 in piazza Marconi Emilio Barabaschi (Milano, 1924-Venas, 2007) in società con Raimondo Soravia (vedi IDOS) aprì una fabbrica di occhiali di plastica a iniezione denominata MECSOL. Rimase in vita pochi anni e poi chiuse.

In Via Roma, nello stabile denominato “la Rotonda”, agli inizi degli anni '80 si installò una attività di fabbricazione di aste flessibili e componenti per occhiali, ad opera di due ex dipendenti Metalflex, Livio Pivirotto e Giuseppe Bernasconi. La ditta, chiamata A.F.C., ebbe uno straordinario sviluppo, e si trasferì presto a Calalzo, in un nuovo stabilimento nella zona industriale.

Sempre in Via Roma sorse la METALFLEX. Sarà ricordata soprattutto per aver dato vita alla Luxottica di Agordo, che oggi è diventata la più grande fabbrica mondiale di occhiali. La Metalflex fu fondata nel 1948 con il nome di Siclov (Società Industria Cadorina Lavorazione Occhiali Venas) da Vittorio Toscani (Venas, 1927-1966) assieme al fratello Elio (Venas, 1920-1997) e a Francesco Da Cortà (Pieve, 1922-1981), il quale deteneva il 50% della proprietà. Fu nel 1961 che Vittorio Toscani con lo stesso Da Cortà (soci accomandanti) e con il milanese Leonardo Del Vecchio (socio accomandatario) (la proprietà era divisa in ragione di 1/3 per ciascun socio) fondarono la Luxottica s.a.s. ad Agordo, ceduta totalmente a Del Vecchio nel 1969, tre anni dopo l'improvvisa morte di Vittorio.
Vedi anche il mio Post "LA FINE DEL DISTRETTO CADORINO DELL'OCCHIALE":
http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2016/03/la-fine-del-distretto-cadorino.html
Vedi inoltre il mio recente Post, che contiene notizie e documenti inediti sulla storia Metalflex/Luxottica, "IL CONTRIBUTO CADORINO ALLA COSTITUZIONE DELLA LUXOTTICA s.a.s. di AGORDO":
http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2015/05/il-contributo-cadorino-alla.html
Dopo la cessione di Luxottica, i proprietari della Metalflex, che avevano già una galvanica a Lozzo, la quale fu successivamente ingrandita con l'aggiunta della fabbricazione e di una propria distribuzione di occhiali  (METALSTYLE), rilevarono altre occhialerie a Valle e a Pieve e aprirono due nuove fabbriche, una a Rivamonte Agordino e una in Venezuela a San Antonio de los Altos - Los Teques. Rilevarono anche una distribuzione negli USA, a New York e ne aprirono un'altra in Venezuela a Caracas. I dipendenti del gruppo arrivarono a 300 unità.
A metà degli anni '70 la Metalflex fu antesignana della moda griffata negli occhiali, stipulando un accordo di licenza, durato molti anni, con lo stilista Elio Fiorucci (Milano, 1935-2015). Gli occhiali Fiorucci-Metalflex ebbero un grandissimo successo in Italia e all'estero.
Dal 1984 al 1990 la direzione della società fu affidata a quattro collaboratori interni, tra cui il sottoscritto, capo ufficio e viaggiatore estero, in forza presso la ditta dal 1963. Ultimo presidente (e anche azionista di maggioranza della Metalflex, avendone alla fine rilevato l'intera parte Toscani) fu Alessandro Da Cortà, secondogenito di Francesco, laureato in Economia Aziendale a Venezia, Executive MBA al Politecnico di Milano.
La Metalflex fu messa in liquidazione alla fine degli anni '90, e le altre attività cedute in date varie. Il fabbricato è stato convertito in condominio.
Foto del 1965 davanti alla Metalflex di Venas. Lo scrivente (27 anni) è con la collega d'ufficio l'olandese Anna Komijn Canaider. Foto scattata dal rappresentante della Metalflex Charles Cohn (Königsberg > New York)

Ancora in Via Roma negli anni '80-'90 segnalo la Ditta di Anna Francesca Toscani, specializzata in lavorazioni particolari su occhiali (applicazione strass, coloriture), poi trasferitasi altrove.

In via Lasta nel 1947 iniziò la propria attività la I.D.O.S. (Industria Dolomitica Occhiali Soravia). Raimondo Soravia (Venas, 1920-1978) ne prese presto la direzione e la proprietà, ma la fabbrica era stata in realtà fondata dal fratello Enzo (Venas, 1923-2016) e dal cugino Osvaldo Soravia (Venas, 1910-Rosenheim, 1960). La fabbrica ebbe un notevole sviluppo con una media di 50 dipendenti ed era rinomata nella produzione di montature per occhiali in celluloide prima e acetato poi. Poco prima della morte di Raimondo, venne inaugurato un nuovo stabilimento che si trovava poco lontano, sotto la ex Ferrovia delle Dolomiti. La vecchia fabbrica venne convertita in abitazione, dopo un breve periodo in cui vi si insediò una Ditta di coloritura occhiali ad opera di Giuseppe (Beppino) Toscani.
La nuova IDOS, dopo la morte di Raimondo, subì vari passaggi: fu prima rilevata dal Cav. Augusto Agnoli (Augsburg, 1913-Cortina, 1997) assieme a Antonio Dal Pont e Giuseppe Da Giau titolari dell'omonima impresa edile a Cortina e proseguì la fabbricazione tradizionale di montature. Fu quindi acquistata dal Cav. Ivano Beggio dell'APRILIA da cui prese anche il nome; fu fatto un notevole sforzo per rilanciarla, tuttavia senza troppo successo. Fu infine ceduta alla Ditta ITALIANA OCCHIALI per essere poi definitivamente chiusa. Lo stabilimento, di proprietà di Beggio, risulta recentemente essere stato venduto a due ditte artigianali locali del ferro battuto e del legno.

Ancora in Via Lasta a fianco del vecchio Cinema O.N.D. (Opera Nazionale Dopolavoro) verso il 1948 sorse la Ditta ZENITH, che produceva montature di celluloide, fondata dai fratelli Toscani dei Colli, assieme ad Alfredo Soravia (Venas, 1910-Trieste, 2002) e a Guido Zanetti (Valle, 1898-1975), e diretta da Giacomo Toscani (Venas, 1898-1984). Chiuse dopo pochi anni.

Infine in Via Lasta Dante Dall'Asta tenne dal 1970 al 1990 un laboratorio di montaggio lenti.


APPENDICE

Non per essere stato coinvolto direttamente in attività di occhialeria nel Comune di Valle, ma per la sua importante posizione raggiunta nel ramo, desidero ricordare il Cav. Emilio Ciliotta (Valle, 1907-1980) che fu per molti anni il rappresentante ufficiale per l'Italia della Ditta Rodenstock di Monaco di Baviera (Germania). Egli era infatti notissimo nel settore perché titolare sotto il proprio nome degli uffici e del deposito di Milano della stessa Rodenstock. Va ricordato che prima degli anni '60 Rodenstock fu il più importante marchio estero presente in Italia per montature e lenti.


Venas di Valle di Cadore, giugno 2010


Giancarlo Soravia



POSCRITTO

Il 18 luglio 2010 il Cadore ha accolto ufficialmente il Cardinale Camillo Ruini; nel ribadire il suo affetto per questa terra, da cui proveniva la nonna materna Maria Elisabetta Olivo "Saverio" nata a Suppiane di Venas nel 1876, egli ha auspicato che "nella grande estensione del suo territorio, il Cadore sia una comunità unita, non chiusa in se stessa ma aperta" ed ha aggiunto: "Certo, la vita qui è impegnativa (lo era specialmente nel passato), ma qui l’uomo ha creato qualcosa di grande, attraverso una lunga storia che non deve in alcun modo andare perduta. Io non sono fra coloro che rimpiangono il passato, che pensano che il passato sia migliore del presente. Però penso che nel passato abbiamo le nostre radici e che queste radici devono essere forti perché l’albero oggi possa portare frutto". [Citazioni da "Il Corriere delle Alpi"]
Il Cardinale ha invitato quindi i cadorini a guardare avanti con fiducia.




- I dati anagrafici dei personaggi principali sono riportati solo per le persone scomparse (luogo e anno di nascita e di morte), ove conosciuti. Nessun dato anagrafico viene riportato per le persone viventi. Non vengono generalmente riportati i titoli accademici, ma solo quelli onorifici, se conosciuti, salvo il caso  di personaggi la cui trattazione è antecedente ai titoli.


NOTE

[1] La voce ILPO è stata redatta con le informazioni  ricevute dai Signori Franco Ciliotta e Nino Corica di Valle, che ringrazio.